SI CRESCE SOLO SE ACCOMPAGNATI: LA CHIESA ALLA PROVA DEI TALENTI

SI CRESCE SOLO SE ACCOMPAGNATI: LA CHIESA ALLA PROVA DEI TALENTI

Nella Chiesa vale il principio «piccolo è bello»? Meglio pochi ma buoni? No. Non è questo che risponde alla natura della Chiesa e quindi alla sua missione nel mondo. Anche se essere «pochi e buoni» e restare in un piccolo recinto sicuramente è più confortevole, la storia della Chiesa è storia di uomini e donne che sono usciti da quel recinto e hanno attraversato mari, terre e deserti per incontrare altre persone e far conoscere quel Vangelo che aveva infiammato i loro cuori. Mossi non dall’«urgenza del dovere» ma dall’«urgenza dell’amore». La Chiesa è quindi un organismo vivente e come tutte le realtà viventi richiede di crescere. Altrimenti è condannata a morire in se stessa. Ma cosa si intende per crescere? E come si cresce nella Chiesa? Come far crescere la Chiesa?

 

Potremmo rispondere che chi la fa crescere non siamo noi ma è l’azione dello Spirito di Dio che opera nel mondo. Ma non lo fa senza di noi. È il suo ‘essere con’ che contraddistingue la dinamica creatrice e la pedagogia propria di Dio. Mettiamoci in ascolto della Parola e del modo in cui Gesù presenta la crescita come un’esigenza evangelica. Il discepolo è chiamato a crescere e a portare frutto (Mt 3,8-10; Lc 3,7-9). Questa crescita non richiama soltanto un’esigenza quantitativa, ma rivela una questione profondamente spirituale, di carattere qualitativo. È prima di tutto una crescita che parte dall’interno della persona. Le parabole legate ai temi della Parola e del Regno di Dio, narrate ad esempio nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo, fanno emergere il legame tra la dinamica della crescita e quella della Parola. La Parola come un seme, come lievito, che dall’interno genera una crescita. Inoltre mostrano che per seminare e produrre una crescita è implicita la necessità di «uscire» (Mc 4,3) e che la crescita costituisce un processo progressivo (Mc 4,8). Coloro che accolgono questa Parola nel proprio terreno di vita divengono essi stessi seme che cresce e germoglia, anche se la crescita non avviene in condizioni perfette, ma in mezzo a grandi difficoltà (Mc 4,15).

 

Sempre nel Nuovo Testamento è il tema del talento ad essere utilizzato per descrivere, a livello personale, il dono di Dio che viene assegnato a ciascuno per il bene della comunità e la crescita della Chiesa. Commentando un’altra parabola del Vangelo di Matteo (Mt 25,14-30) Papa Francesco indica una condizione fondamentale per la crescita del proprio talento: «in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro» (Udienza Generale, 24.IV.2013). A livello personale, infatti, la crescita avviene se da parte della persona c’è una disponibilità a mettersi in gioco. Per crescere, dunque, è necessario scoprire il talento che ci è stato donato e condividerlo secondo la «logica del dono». Per fare questo non occorre essere perfetti, quanto farsi disponibili ad entrare in questo dinamismo (cf. Evangelii Gaudium, 151).

 

Molte persone però hanno una scarsa consapevolezza dei propri talenti. Ciò accade anche nelle comunità cristiane. La tendenza all’autoreferenzialità e il funzionalismo spingono a mettere in campo la «logica del tappa buchi», che soffoca la ricerca dei propri talenti. Il reclutamento incondizionato di forze per il mantenimento dei vecchi servizi non giova al loro riconoscimento. La prospettiva della crescita, dunque, mette in evidenza l’esigenza di lavorare sui talenti delle persone, innanzi tutto per poterli individuare e poi per farli crescere, così da sostenere l’azione dello Spirito nel far crescere la sua Chiesa.

 

La scoperta e la formazione specifica dei propri talenti non è sufficiente ad ottenere il risultato di una Chiesa in crescita. Nella realtà ci sono ostacoli e difficoltà che mettono a rischio l’efficacia evangelica dei talenti (cf. Evangelii Gaudium, 84; 172; 278). Per questo i processi di crescita ecclesiali sono caratterizzati dalla legge della gradualità (cf. Amoris Laetitia, 295), dove il tempo è superiore allo spazio (cf. Evangelii Gaudium, 223). Prende forma così, alla luce di queste ultime riflessioni, la conformazione tipica dei processi di crescita ecclesiali. Essi dovranno essere caratterizzati da una prossimità, da un ascolto, da una condivisione dell’esistenza dentro la logica dell’«accompagnamento». La crescita, delle persone e delle comunità, per avvenire in modo evangelico ha un suo specifico, una sua forma. Non si può pretendere che l’apporto dei talenti metta in atto da solo dei processi efficaci, senza pensare ad una forma di «accompagnamento» degli stessi. Nel contesto dell’Esortazione Apostolica che ha fatto seguito al Sinodo dei Giovani il Papa indica l’azione sociale dei giovani come processo «da accompagnare e incoraggiare per far emergere i talenti, le competenze e la creatività dei giovani e incentivare l’assunzione di responsabilità da parte loro» (Christus Vivit, 297). L’accompagnamento in ambito ecclesiale traduce pastoralmente la pratica del coaching, che prevede la definizione di obiettivi chiari, la rimozione degli ostacoli, la valutazione delle nuove possibilità di pensiero per portare a compimento questi obiettivi. Un uso sbagliato dei propri talenti (perché è più facile essere tentati nei nostri punti di forza che rispetto ai nostri punti di debolezza) invece che generare crescita può portare alla divisione, a fratture in seno alla comunità.

 

Se si vorrà favorire la dinamica di crescita insita nell’identità stessa della comunità cristiana sarà necessario praticare un discernimento attento per aiutare le persone ad individuare i propri talenti. Esse dovranno essere aiutate a farlo crescere mettendolo al servizio della comunità e del territorio attraverso un accompagnamento e una formazione efficace, affinché possano divenire sempre più pienamente «discepoli missionari», indispensabili protagonisti di una Chiesa in crescita. Questo è possibile, anche e soprattutto in un tempo come il nostro segnato dal cambiamento e dalla complessità. Basta non avere paura di investire sui talenti, basta non continuare a sotterrare i talenti delle persone che fanno parte delle comunità per mantenere in vita delle prassi pastorali destinate ad essere sotterrate.

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