NON BASTARE A SE STESSI. ALLE RADICI DEL CLERICALISMO

NON BASTARE A SE STESSI. ALLE RADICI DEL CLERICALISMO

NON BASTARE A SE STESSI. ALLE RADICI DEL CLERICALISMO

di Fabrizio Carletti

Cos’è che crea più scandalo: un abuso, una truffa, un’ingiustizia? Sicuramente tutti questi sono fattori di scandalo. Ma se proviamo a leggere quello che si cela sotto questi episodi, forse in parte vi è una delle più grosse tentazioni che può colpire l’uomo, chiunque esso sia, laico o ordinato: il pensare e credere di poter bastare a se stesso. “Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: ‘Basto a me stesso’” (Sir 5, 1).

Mi colpiva, non a caso, quanto scriveva Papa Francesco nella Lettera al Popolo di Dio (20 agosto 2018) per chiedere scusa dello scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa. Il riferimento al clericalismo più volte richiamato dal Pontefice in questi anni, poteva sembrare eccessivo.

“E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo d’intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza– quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”.

Il fatto che, frange interne alla Chiesa, abbiano voluto individuare nell’omosessualità la causa di questi abusi, conferma ancora di più un atteggiamento ispirato al clericalismo. Puntare il dito su una parte ‘sbagliata’, e non voler vedere una cultura interna ammalata! La tendenza a vedere nell’omosessualità un amore contro natura e non un amore dato diversamente è già di per sé discutibile: l’amore contro natura è in quanto tale solo l’amore non dato, perché la dinamica naturale dell’amore è quello di donarsi, di uscire da sé, di non essere trattenuto. E l’amore non dato è proprio causa di una chiusura, di un voler bastare a se stessi. La Chiesa quindi compie in altro modo e in altre forme un amore contro natura che non è quello omosessuale. Stessa cosa chi pensa di risolvere il problema attraverso il superamento del celibato dei ministri ordinati. Non voglio qui entrare nel merito della questione del celibato dei sacerdoti, ma riflettere come rispetto al tema degli abusi sia una proposta che non coglie la radice del problema che è di carattere culturale. Si tratta infatti di un problema di cultura organizzativa, diremmo in termini tecnici, di paradigmi e atteggiamenti impliciti, di cui laici e ordinati sono solo in parte consapevoli, che determinano stati di miopia organizzativa che impediscono di affrontare seriamente le questioni, e spesso li porta a peggiorarle nel non intervenire, nel coprire, o tentare scappatoie. Sono questi paradigmi, schemi di interpretazione della realtà e di costruzione della stessa nelle dinamiche di interazione interne ad una organizzazione, che creano questa miopia e generano possibili malattie interne. Pensiamo solo all’autoreferenzialità che si percepisce nel linguaggio ecclesiastico, di come ci si aspetti che gli altri reagiscano a certe nostre affermazioni che sono per loro distanti e fredde, ormai insapore.

Lo stesso tema del clericalismo sarà poi ripreso dallo stesso Pontefice il 3 ottobre 2018 nel suo discorso di apertura del Sinodo dei Vescovi sui giovani: “[Il clericalismo] nasce da una visione elitaria ed escludente della vocazione, che interpreta il ministero ricevuto come un potere da esercitare piuttosto che come un servizio gratuito e generoso da offrire; e ciò conduce a ritenere di appartenere a un gruppo che possiede tutte le risposte e non ha più bisogno di ascoltare e di imparare nulla, o fa finta di ascoltare. Il clericalismo è una perversione ed è radice di tanti mali nella Chiesa: di essi dobbiamo chiedere umilmente perdono e soprattutto creare le condizioni perché non si ripetano”. La questione viene posta dal Papa dopo aver sottolineato l’importanza di uscire da pregiudizi e stereotipi, che impediscono l’ascolto autentico e rischiano di chiudere in una profonda e infeconda autoreferenzialità.

Questa insistenza sul tema del clericalismo spesso però viene travisata. In particolare dai ministri ordinati che la interpretano come un giudizio verso di loro. È comprensibile questa reazione, da parte di chi dà la propria vita per una sposa, la Chiesa, dalla quale poi si sente tradito o giudicato. Ma anche questa reazione purtroppo non coglie le ragioni di fondo delle affermazioni del Pontefice. Non si sta giudicando la buona volontà e l’impegno, il sacrificio dei tanti che si impegnano nella Chiesa, ordinati e laici. È in discussione un modello culturale diffuso nella Chiesa, che senza renderci conto porta all’autoreferenzialità e all’autosufficienza. Che inconsapevolmente porta a distinguere, dividere, separare, giudicare. Non solo ad extra, ma a partire dal Popolo di Dio. Per cui ci si aspetta che l’altro giustifichi, comprenda, difenda e accetti anche vizi e mancanze, in nome di un bene più grande che non verrà fatto mancare. Del resto siamo tutti peccatori! La psiche umana, purtroppo, ha la capacità di mettere in atto, dentro una cultura autoreferenziale, dei processi inconsci di autogiustificazione, che impediscono di vedere il male compiuto, attraverso delle scissioni interne della persona. È questa divisione frutto del peccato.

Non si può nemmeno accogliere l’osservazione di chi dice che tanto la Chiesa oramai è fragile, debole, non è più forte e potente come prima. In realtà lo è ancora troppo, ha ancora troppe cose e questo la rende auto-sufficiente. Farebbe proprio bene, per non dare scandalo, tagliare un piede, una mano, strapparsi via un occhio (Mc 9, 41-50) per uscire dall’autonomia e tornare ad essere veramente dipendenti dall’altro, non poter più bastare a se stessi. Come coloro che vanno ad annunciare senza portare con sé né una borsa né dei sandali, ma una parola di ‘pace’ (Lc 10, 4 o Mc 6, 9). Gesù svezzava continuamente gli apostoli, durante il loro tirocinio formativo, facendo sperimentare questa precarietà, dipendenza (vedi Mc 6, 45-52).

Come uscire da questa autoreferenzialità? Essendo questa frutto di processi culturali, paradigmi interiorizzati e atteggiamenti impliciti che non è possibile trasformare con dei convegni o la lettura di libri?

Un tema decisivo, che richiama anche Papa Francesco nel libro-conversazione “La forza della vocazione. La vita consacrata oggi”, è la formazione nei seminari. “Anche dietro ai casi di abusi, oltre che ad altre immaturità e nevrosi – spiega -, si trova il clericalismo. Occorre fare molta attenzione a questo durante la formazione. Bisogna discernere e aiutare a chiarire le immaturità e ad accompagnare in una sana crescita”. Ma come formarsi uscendo fuori da atteggiamenti aristocratici, di casta, se la formazione dei ministri ordinati avviene totalmente separata a quella del resto del Popolo di Dio?

Racconto un aneddoto personale. Il giorno di Natale ero in auto con mia moglie e le feci notare come in un recinto un cavallo e una capretta giocavano insieme oramai da un mese. Lei mi rispose in modo semplice: “Certo, sono cresciuti insieme”. Il mondo animale ci mostra cosa vuol dire crescere insieme, saper esprimere comuni modelli comportamentali, comprendersi in profondità, poter esercitare una corresponsabilità effettiva. E’ molto di più che ‘fare le cose insieme’, quello che si tende a fare oggi ma non modifica i paradigmi interiori! Crescere insieme è diverso, vuol dire avere lo stesso odore, sentire allo stesso modo. Credo che questo sia un tema decisivo. Quello del formarsi insieme, con-formarsi! Non per conformarsi al clero e nemmeno per conformarci al laicato, ma per conformarci insieme a Cristo, ‘odorare’ di Lui.

 

Condividi con:

Leave a comment