LO SPORT CHE FA SOGNARE

LO SPORT CHE FA SOGNARE

LO SPORT CHE FA SOGNARE

di Roberto Mauri

“Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita”. Questa famosa citazione shakespeariana vale anche per lo sport. Lo sport nonostante la sua concretezza e ‘materialità’, è fatto della stessa materia dei sogni, una materia in grado non solo infondere energia nei corpi ma soprattutto suscitare emozioni, desideri, tensione spirituale, che si sprigiona nell’arco e nello spazio di una gara. Potremmo spingerci ad affermare, senza tema di smentita, che lo sport, benché non sia un sogno, o fa sognare oppure non è.

Ma quale è il sogno che lo sport alimenta, ed in cosa si differenzia dai sogni che altre attività umane egualmente stimolano? Come si sa è difficile descrivere i sogni, tanto realistici quando ci arrivano e altrettanto rapidi nello svanire. Ecco tuttavia alcuni materiali, alcuni elementi di riflessione che possono, ci auguriamo, aiutare a sognare e riandare ai nostri sogni sportivi, e non solo.

Lo sport che fa sognare, che affascina e cattura, è quello che riscatta e trasfigura la vita quotidiana, fatta di vittorie, sconfitte e ripartenze, di gioie e dolori che lo sport esprime simbolicamente ma in modo ben comprensibile a tutti, ed in cui tutti possono riconoscersi e condividerne significati ed emozioni profonde. E’ il motivo per il quale allo sport si associa la festa, la discontinuità rispetto alla ferialità, ed il tempo dello sport diventa un tempo speciale, diverso dal tempo ordinario. Il sogno dello sport, va precisato, non è primariamente un sogno educativo ma quello di sprigionare le migliori energie agonistiche attraverso una competizione leale al fine di superare il proprio antagonista, sia esso rappresentato da un avversario, dal tempo o dallo spazio, da un limite psicomotorio, piuttosto che semplicemente da se stessi. Il sogno dello sport è quello di consentire alla persona di sfidare - e dunque conoscere - i propri limiti attraverso il confronto agonistico, coinvolgendo tutto se stessi, il corpo e la mente, ricercando e ricavando in questo il piacere e divertimento tipici del gioco.

Lo sport che fa sognare va oltre il gioco. Il gioco non è lo sport: il gioco precede lo sport ma lo sport è più grande del gioco, è un gioco arricchito, cresciuto e maturato. Senza la componente ludica, lo sport non esisterebbe, ma il gioco da solo non basta perché si possa parlare di sport. L’attività sportiva è infatti un punto d’arrivo il cui punto di partenza è il gioco. Non è il gioco a rendere distintiva la specie umana, dal momento che anche gli animali giocano e si divertono, ma lo sport. Solo l’uomo fa sport. Lo sport, ovvero l’evoluzione e l’elaborazione sociale e culturale del gioco, rappresenta la vera cifra antropologica che ci differenzia dal resto della creazione. Se dunque lo sport è più del gioco, cosa distingue il primo dal secondo? La formula dello sport, la sua essenza, è data dalla sintesi originale di tre componenti tutte indispensabili: il gioco, il movimento e l’agonismo. Il gioco dona allo sport il divertimento, attraverso le regole e l’immaginazione (elementi senza i quali non si può giocare); il movimento richiama la capacità dello sport di coinvolgere la persona nella sua globalità (il famoso detto ‘mens sana in corpore sano’); l’agonismo, infine, è la possibilità di esprimere e verificare le proprie possibilità e limiti nel confronto con se stessi e gli altri. Il segreto dello sport sta nel coniugare in modo sempre diverso e stimolante questi tre ingredienti della ricetta.

Lo sport che fa sognare è quello che genera ‘somiglianza con Dio’. Tra sport e religiosità vi è un legame inscindibile, anche se talvolta non sempre evidente o adeguatamente tematizzato. Diversi studi antropologici hanno messo chiaramente in luce come le origini dello sport e lo sport delle origini siano strettamente associati alla dimensione sacrale e rituale. Nelle culture primitive le gare sportive avevano lo scopo ultimo di mettere in relazione l’esperienza del mondo naturale con quella delle forze soprannaturali governanti l’esistenza. Lo sport avvicina l’uomo alla divinità facendogli intuire e sperimentare, simbolicamente, alcuni attributi divini: la perfezione, l’assenza di limiti, l’eterno. Nello sport dunque vi è una ‘scintilla sacra’ capace di far somigliare l’uomo alla divinità. Voler somigliare a Dio può essere una tentazione, anzi ‘la tentazione’ per eccellenza. E’ probabile che, per restare in tema, se il noto episodio della caduta di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre fosse stato scritto oggi forse lo sarebbe stato in modo diverso, con un campo da gioco al posto dell’Albero della vita ed una palla al posto della mela. Ed il serpente avrebbe avuto buon gioco (appunto) nel tentare Adamo ed Eva con il gusto agrodolce della passione sportiva, l’ebbrezza agonistica, la tensione oltre il limite. Voler somigliare a Dio non è tuttavia solo una tentazione ma soprattutto la vocazione profonda di ogni uomo, ben espressa nella visione cristiana dal fatto che Dio ha creato l’uomo ‘a sua immagine e somiglianza’.

Lo sport che fa sognare è quello capace di vedere tutti e ciascun giovane atleta. Il modello sportivo ha una marcia in più rispetto ad altri sistemi formativi. Lo sport, specie quello di base, sembra essere meno toccato, nonostante tutto, dalla crisi di credibilità che oggi investe altre agenzie educative come la famiglia, la scuola, le realtà socio-politiche ed ecclesiali. L’ambito sportivo, ad esempio, è tra quelli che meno hanno bisogno di giustificare le regole utilizzate, spiegarne le origini o il senso e tanto meno di negoziarle, diversamente da quanto avviene in altri ambiti formativi. Il suo appeal sulle nuove generazioni è forte, la sua efficacia nel mettere in relazione tra loro generazioni diverse è sorprendente, la sua capacità di motivare all’impegno ed al sacrificio è unica, in un clima sociale e culturale che appare sempre più appiattito e deresponsabilizzato.

Lo sport che fa sognare, come in tutti i sogni, può sempre correre il rischio di trasformarsi in incubo. Solo bravi educatori sportivi (allenatori, arbitri, dirigenti…) possono impedire che il sogno dello sport faccia questa brutta fine. Lo sport infatti non basta a se stesso e non si salva da solo: servono testimoni competenti e preparati. Ancora oggi, tuttavia, la grande maggioranza dei dirigenti e degli educatori sportivi sono dei volontari volenterosi ed appassionati, talvolta ex giocatori/trici, talvolta semplici genitori resisi disponibili. Molti ritengono che per essere responsabili sportivi basti disponibilità e buona volontà ed aver frequentato a suo tempo l’ambiente sportivo. Non è così, non può essere così: è la responsabilità verso ragazzi e famiglie che lo impone! E’ la preparazione e la costante formazione dei responsabile a dare valore aggiunto al suo impegno, non il proclamare valori educativi e sportivi. Occorre saper sfruttare il vantaggio educativo che il contesto sportivo consente e non cedere alla tentazione di ‘riposare sugli allori’. Il difetto più grande è la tendenziale ‘pigrizia educativa’, ovvero ripetere e copiare gli atteggiamenti più secondari che ricorda nei suoi vecchi educatori, evitare di esporsi in prima persona e sentirsi uno dei tanti. Abbiamo bisogno di persone che puntino al meglio, che si sforzino di essere sempre più competenti e non utilizzino la loro libera disponibilità come alibi per non aggiornarsi ed evitare di rendere conto delle loro modalità di azione.

Per concludere: lo sport che sogniamo

L’attenzione e le attese verso le valenze educative dello sport si presentano oggi in modo nuovo, mettendo in evidenza aspetti in precedenza non valorizzati.

Lo sport in particolare è chiamato a fare per primo quello che esso chiede agli atleti: ‘gettare il cuore oltre l’ostacolo’, superare l’autoreferenzialità in cui è tentato di rifugiarsi per diventare fattore di rinnovamento civile e rilancio educativo.

Perché lo sport possa mettere a disposizione di famiglie e comunità le sue potenzialità educative occorre un salto di mentalità, così da trasformare la semplice disponibilità in qualità educativa e sportiva.

Lo slancio volontaristico da solo non è sufficiente. E’ urgente unire la buona volontà e la generosità a competenze educative forti, capace di conciliare la ‘cultura del dono’ e del ‘gratuito’ con le conoscenze tecniche e organizzative, in modo che l’una e l’altra si fondano in uno stile di vita unico.

 

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