UN’EDUCAZIONE APERTA ALLA TRASCENDENZA

UN’EDUCAZIONE APERTA ALLA TRASCENDENZA

Un’educazione aperta alla trascendenza.

Intervista di Eugenio Murrali (Vatican News – Città del Vaticano) a Fabrizio Carletti del Centro Studi Missione Emmaus sul Tweet del Papa per la Giornata della Gioventù ONU

12 agosto 2019 Giornata della gioventù ONU, il Papa: un’educazione aperta alla trascendenza

Oggi si celera la Giornata Internazionale della Gioventù indetta dalle Nazioni Unite nel 1999. Il tema di quest’anno è “transforming education” e sottolinea la necessità di una formazione più accessibile e inclusiva. In questa occasione, Papa Francesco, nel suo tweet, richiama all’importanza di un’educazione aperta alla trascendenza

Il mondo non è mai stato così giovane. Nel nostro pianeta vivono un miliardo e ottocento milioni di ragazzi tra i 10 e 24 anni. Va detto, però, che più della metà dei bambini e degli adolescenti tra i 6 e i 14 anni hanno lacune nella lettura e nelle capacità matematiche di base, anche se la maggior parte va a scuola. Oggi la Giornata Internazionale della Gioventù, indetta nel 1999 dalle Nazioni Unite, si concentra sul tema “transforming education”, “trasfromare l’educazione”. Il Segretario Generale dell’Onu António Guterres ha affermato: “Oggi celebriamo i giovani, le organizzazioni guidate dai giovani, i governi e coloro che stanno lavorando per trasformare l’educazione e sostengono ovunque i giovani”.

Papa Francesco ha dedicato il suo tweet odierno proprio a questo tema: “L’educazione con orizzonti aperti alla trascendenza aiuta i giovani a sognare e costruire un mondo più bello #IYD2019”.

D. Il Papa nel suo tweet unisce il tema dell’educazione a quello della trascendenza. Cosa li accomuna?

Il termine trascendenza è un termine molto forte che Papa Francesco usa proprio per allargare gli orizzonti di un’esperienza educativa e formativa che rischierebbe di non aiutare i giovani ad esprimere il loro grande potenziale. E’ bello inoltre come il termine trascendenza richiama anche lo stesso documento dell’Onu. C’è lo stesso prefisso, ‘trans’, che in qualche modo vuole indicare un’esperienza di attraversamento, passaggio. L’andare oltre modelli pre-costituiti che sono molto spesso i modelli che noi adulti abbiamo generato, individuato e determinato. Non è sufficiente un ‘formare’ dentro un modello già fissato che potrebbe impedire al giovane di esprimere una novità, un cambiamento, soprattutto in un tempo come quello che viviamo che il Papa definisce ‘un cambiamento d’epoca’ e non una semplice epoca di cambiamenti. Siamo proprio noi adulti ad avere il grande problema di non disporre delle risorse simboliche e culturali per generare quell’attraversamento che è necessario.

D. Un’educazione che trasforma ma anche trasformare l’educazione e renderla più inclusiva ed accessibile. Questi sono gli obiettivi che l’Onu si pone. Un modo più educato come cambia?

E’ proprio nel dare la possibilità di poter crescere insieme, poterci annusare, guardare negli occhi. Gli individui escono così dal proprio sé, dai propri individualismi, egoismi ed entrano in una dimensione più profonda. Questa dimensione è quel trascendere il sé, che determina generatività. La felicità, la pace che i documenti dell’Onu richiamano, si può raggiungere solo nell”essere tra’.

D. Un’educazione con orizzonti aperti alla trascendenza che aiuta i giovani a sognare. Cosa sognano questi giovani?

Non sono sogni e ideali diversi da quelli dell’essere uomini e donne di questo mondo. Per cui non sono, a mio avviso, diversi da quelli delle generazioni precedenti. Il grande rischio è dovuto dal fatto che la loro capacità di sognare è oggi fortemente compromessa. Infatti la capacità del sognare, desiderare qualcosa che va oltre l’esistente, che poi porti la volontà a produrre dei cambiamenti, dipende dalla fiducia. Da una fiducia profonda ed esistenziale che hanno sulla realtà e su di sé. E questa non se la possono dare da soli ma viene consegnata dalle figure che hanno intorno, soprattutto dagli adulti. La capacità di sognare del giovane dipende dalla capacità degli adulti e degli anziani di generare speranza. Ecco la figura chiave dell’educare che dipende comunque dal ruolo dell’educatore o del maestro, che prima di tutto sono coloro che sanno generare speranza nell’altro, far percepire al giovane che la vita non è una fregatura. Che la vita è qualcosa di bello per cui vale la pensa spendersi, impegnarsi per costruire un mondo più bello come ci ricorda Papa Francesco.

D. Cristo può essere considerato un leader trasformazionale?

Lo è stato profondamente in quanto era in grado di cambiare la realtà e questo cambiamento può avvenire sullo stile di Gesù a più livelli: attraverso parole, attraverso azioni, gesti e mediante simboli. Non è solo questione di parole o gesti eclatanti ma mettere insieme un soggetto integrato. Gesù era una persona integrata, che univa profondamente l’umano con il trascendente e si poneva a contatto con la realtà che incontrava (realtà concrete, quotidiane, singoli o piccoli gruppi) per aprire degli orizzonti di speranza in una logica di trasformazione. Quale era la trasformazione che Gesù operava? Era ridonare all’altro la sua personale dignità. Ridonare all’altro la capacità di poter essere di nuovo un soggetto libero in grado di poter prendere le sue decisioni. Non puoi camminare, ti dò di nuovo la possibilità di farlo. Non puoi vedere ti ridò questa capacità, non puoi sentire e ritorni a sentire perché ti permetto di riacquistare la tua personale dignità di essere umano.

D. L’Onu ritiene che un’educazione così accessibile sia anche cruciale per il raggiungimento dei 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile.

Io credo che l’educazione oggi per perseguire quegli obiettivi abbia bisogno di generare dei veri e propri luoghi e spazi laboratoriale per i giovani. Dove possano mettersi in gioco e alla prova, per far emergere i loro talenti, unicità, specificità, così da attivare quel potenziale di cui si parlava inizialmente. Quindi non è più sufficiente un’educazione di carattere ‘formativo’, cioè volta a far interiorizzare una forma, dei modelli, ma una vera e propria azione trans-formativa, così da aiutarli a far emergere i loro talenti non tanto dentro una logica di ripetizione di modelli (vivere in un epoca di cambiamento di chiede di superare il criterio della disciplina, non funziona più) ma di empowerment, cioè dare la possibilità loro di imprimere un volto nuovo e più bello alla realtà. Per questo quando si progetta sul modello del laboratorio io immagino quell’esperienze fautrici dell’Umanesimo italiano ed europeo: le antiche botteghe artigiane. In queste l’allievo non semplicemente veniva indottrinato dal maestro che gli chiedeva di ripetere qualcosa, un gesto, una performance. Il maestro aveva la funzione di dare un riferimento ma allo stesso tempo di far emergere il tratto unico, personale del suo allievo, al punto tale che a volte quest’ultimo diventava anche più famoso e importante del maestro stesso. Quindi la bottega artigiana come modello di processo educativo dove, richiamando il documento dell’Onu, i giovani hanno anche la possibilità di mettersi in gioco con altri giovani, creando esperienze educative di tipo trans-formativo. Se penso alla Chiesa, in relazione anche al documento post-sinodale, questa dimensione di spazi e luoghi dove i giovani possano esprimersi emerge costantemente. Luoghi dove prima di tutto scoprire i propri talenti, allenarli per poi metterli a disposizione nella logica di costruire un mondo più bello.

D. Un’educazione di questo tipo non è neanche prerogativa solo dei paesi ricchi, con grandi risorse.

Per certi aspetti in questi casi proprio i paesi emergenti mostrano un potenziale maggiore. Pensiamo come nei tempi passati nel nostro Paese un ragazzo che aveva meno risorse a disposizione, meno strumenti, meno materiali, doveva mettere in atto altri talenti e capacità: la creatività, sapersi adattare, saper mettere insieme in modo nuovo le poche risorse a disposizione. Dall’essere un consumatore di strumenti che il contesto educativo gli metteva a disposizione, era chiamato a divenire un creatore di nuove realtà, di nuove possibilità. Quindi in questo senso i paesi emergenti possono costituire delle esperienze faro da prendere in considerazione. I grandi cambiamenti spesso come trend tipico in ambito economico o sociale, avvengono nelle periferie, per usare un altro termine caro a Papa Francesco, perché sono realtà che vivono un contesto più sfidante e devono far emergere da risorse interne nuove possibilità.

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